Introduzione alle Quattro Nobili Verità

(Estratti dal Sutra Il discorso della messa in moto della ruota del Dharma, da Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale; e da XIV Dalai Lama: Il Buddhismo tibetano)

 

Quarantanove giorni dopo aver raggiunto l'illuminazione, Buddha andò ad insegnare a quelli che erano stati i suoi precedenti compagni durante la vita di mendicante.

Il primo insegnamento lo impartì nel Parco delle Gazzelle di Sarnath, e quel discorso è ricordato come il "primo giro della ruota del Dharma".

 

In questo discorso, espose le "Quattro nobili verità":

  • la verità della sofferenza,
  • la verità dell'origine della sofferenza,
  • la verità della estinzione della sofferenza,
  • la verità del sentiero che conduce alla estinzione della sofferenza.

Questo, riassunto, l'insegnamento del Buddha:

 

"O Monaci, coloro che hanno abbandonato la vita mondana non devono indulgere ai due estremi. Quali sono questi due estremi?

  • Un estremo è il dedicarsi al godimento dei piaceri sensuali: questo comportamento è infimo, villano, volgare, ignobile e vano.
  • L'altro estremo è il dedicarsi alla mortificazione di se stessi: questo comportamento è doloroso, ignobile e vano.

Evitando questi due estremi, o monaci, il Tathagata ha realizzato il "sentiero di mezzo", che produce la visione e la conoscenza, e che guida alla calma (alla pacificazione definitiva delle afflizioni o klescia), alla perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al nibbana.

E cos'è mai, o monaci, questo "sentiero di mezzo"(...)?

Esso è il Nobile ottuplice sentiero, ovvero

  • la retta visione,
  • la retta intenzione,
  • la retta parola,
  • la retta azione,
  • il retto modo di vivere,
  • il retto sforzo, la retta presenza mentale e
  • la retta concentrazione. 

Questa, o monaci, è la nobile verità del dolore (dukka):

  • la nascita è dolore,
  • la vecchiezza è dolore,
  • la malattia è dolore,
  • la morte è dolore,
  • l'unione con ciò che non amiamo è dolore,
  • il non ottenere ciò che si desidera è dolore.

In breve, i cinque aggregati (skanda) (terra, fuoco, aria, acqua ed etere) che rappresentano la base dell'attaccamento all'esistenza, sono dolore.

 

Questa, o monaci, è la nobile verità dell'origine del dolore:

  • l'origine del dolore si identifica con la brama,
  • la quale conduce a nuove esistenze,
  • è congiunta col diletto e la concupiscenza e
  • trova appagamento ora qua e ora là.

Esistono

  • la brama per il godimento degli oggetti dei sensi,
  • la brama per l'esistenza (estremo dell'eternalismo) e
  • la brama per la non-esistenza (estremo del nichilismo).

Questa, o monaci, è la nobile verità della cessazione della sofferenza:

  • la cessazione del dolore è l'estinzione ,
  • il completo svanimento,
  • l'abbandono,
  • il rifiuto di questa brama,
  • la liberazione e
  • il distacco da essa.

Questa o monaci, è la nobile verità del sentiero che conduce alla cessazione del dolore:

  • esso è il Nobile ottuplice sentiero, ovvero retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione.

Gli insegnamenti distinguono tre tipi di sofferenza:

  • la sofferenza manifesta,
  • la sofferenza del cambiamento e
  • la sofferenza pervasiva.

La sofferenza manifesta è quella che deriva dal dolore fisico, dalla malattia, dalla perdita di qualcuno o di qualcosa di caro.

La sofferenza del cambiamento è quella che deriva dalla paura delle situazioni nuove, quindi di fronte ad un esame, ad un cambiamento di lavoro, ad un trasloco, ma anche ad esempio la nostra paura di non essere all’altezza del cambiamento nell’intraprendere il nostro percorso spirituale.

La sofferenza pervasiva è quella che ci attanaglia in modo quasi inspiegabile, legata probabilmente alla paura delle altre due forme di sofferenza o semplicemente di fronte alla nostra impossibilità di conoscere la realtà ultima delle cose.

La sofferenza manifesta e la sofferenza del cambiamento variano da persona a persona e sono legate all’avversione e all’attaccamento: avversione per la situazione di disagio e ricerca di una nuova situazione che genera attaccamento. Pertanto è molto difficile pensare di poter sradicare questo tipo di sofferenza.

Il nostro pensiero perciò deve rivolgersi soprattutto alla sofferenza pervasiva. Quest’ultima ha diversi livelli, ma per finire ingloba tutti i tipi di sofferenza: essa è fonte, base, ricettacolo di tutti ciò che riteniamo indesiderabile e che ci attanaglia in miriadi di forme.

Questa sofferenza è comune a tutti gli esseri senzienti e dobbiamo riflettere su di essa sia seguendo le indicazioni delle scritture, sia usando la logica.  

 

Nel libro "La via della Liberazione”, il Dalai Lama ci fornisce alcune spiegazioni in merito ai diversi tipi di sofferenza, tra i quali elenca in particolar modo:

  • la sofferenza di incontrare il non voluto,
  • la sofferenza di vederci portar via ciò che vogliamo,
  • la sofferenza dell’incertezza e
  • quella della mancanza di appagamento.

La riflessione su quest’ultima, la sofferenza della mancanza di appagamento, ci permette di capire quanto sia futile la ricerca di beni materiali. Infatti, se pensiamo a tutto ciò che abbiamo quanto a beni materiali, vestiti, scarpe, gioielli, accessori di ogni genere, ci accorgiamo che passiamo dal desiderio ad un momento di appagamento generalmente molto fugace e breve, all’oblio, al desiderio di qualcosa di nuovo: ed entriamo così in un circolo vizioso. Il desiderio, la bramosia, è uno dei tre veleni che ci tengono attaccati al samsara. Ogni volta che diamo spazio alla bramosia, mettiamo in moto le azioni caratterizzanti dei dodici anelli dell’esistenza condizionata. Dal momento in cui ci lasciamo dominare dal desiderio, entriamo nella sofferenza dell’incertezza, poiché non sappiamo se riusciremo ad avere l’oggetto della nostra brama oppure no. Se non lo raggiungiamo, saremo afflitti dalla sofferenza dell’incontrare il “non voluto”, dell’insuccesso, cui si accompagna la paura della perdita di stima, di potere e via dicendo. Se riusciremo a raggiungere l’oggetto, ad impossessarcene, avremo da un lato la paura di esserne poi privati; e d’altro lato l’assuefazione, l’abitudine, cui segue la mancanza di interesse e successivamente la bramosia di qualcosa di nuovo.

 

Dovremmo riflettere - dice il Dalai Lama - su ogni forma di prosperità e sofferenza in questo ciclo di esistenza e pensare che non c’è alcun tipo di esperienza che non abbiamo già avuto nel samsara. Cerchiamo di godercela per avere qualche forma di soddisfazione mentale, ma il piacere e la felicità del samsara sono tali che per quanto di tenti di goderne, non c’è alcun senso di appagamento; tutto è senza fine.

Dovremmo riflettere e meditare su questa mancanza di appagamento, che è di per sé una grande sofferenza. Dovremmo riflettere e meditare sull’inutilità di queste esperienze - che abbiamo attraversato infinite volte nel samsara - e concludere che non vale la pena continuare, che occorre mettere un freno a tutto ciò, dovremo sviluppare una grande avversione verso questo meccanismo che ci proietta e mantiene nella sofferenza.

“Riflettete - dice ancora il Dalai Lama - sul fatto che ogni prosperità entro il samsara termina in qualche forma di dolore o frustrazione. Come dicono i testi,

  • la fine del raccogliere è l’esaurirsi,
  • la fine della posizione elevata è la caduta,
  • la fine dell’incontro è la separazione,
  • la fine del vivere è la morte.

In breve, tutte le esperienze, piacere, felicità, entro questo ciclo di esistenza, per quanto forti, per quando grandi appaiano, terminano nel dolore”.

 

Non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto di fronte a queste dure affermazioni, perché insieme alla verità della sofferenza, il Buddha ha insegnato anche la verità dell’origine della sofferenza, della cessazione della sofferenza e del sentiero per la sua eliminazione.

L’origine della sofferenza è principalmente l’illusione e per trovare gli antidoti all’illusione dobbiamo dapprima avere chiara l’identità dell’illusione.

Illusione è ogni stato mentale che distrugge la calma della mente e produce dolore mentale, che sconvolge, affligge e tormenta la mente.

Una delle principali illusioni è l’attaccamento, che porta la mente a fissarsi su un oggetto, ad aggrapparvisi con forza. Illusioni sono pure l’ira, l’orgoglio, l’ignoranza e il dubbio (relativi alle quattro nobili verità, ai Tre gioielli ed alla legge del karma), cui si aggiungono le idee errate (circa la natura della realtà, il dharma e la legge del karma, l’esistenza del sé, e via dicendo).

Così, ad esempio, avendo una concezione errata del sé (e quindi pensando che la nostra esistenza sia intrinsecamente autonoma) e dubitando della legge di causa ed effetto (magari pensando che la nostra vita finisce totalmente con la morte) ci aggrappiamo a questo “sé” e ci preoccupiamo solo dei risultati a breve termine che possiamo ottenere: aspiriamo quindi alla ricchezza, ai beni materiali, alla carriera, a cibo e bei vestiti ed alla fama ed agli onori che sono legati a tutto ciò.

E così cadiamo nel cerchio della sofferenza già descritto prima: sofferenza della paura di non raggiungere gli obiettivi, paura di essere privati di quanto abbiamo faticosamente accumulato (in beni ed affetti), esperienze negative nella competitività per raggiungere gli obiettivi, crescita dell’orgoglio, crescita dell’invidia, crescita dell’ira, e così via, in un sorgere continuo di indesiderabili sofferenze.

E’ però possibile uscire da questo cerchio. Gli insegnamenti dicono che se la nostra sofferenza è causata dall’ignoranza che giudica erroneamente  la natura dei fenomeni e pone un concetto del sé come entità autonoma,  possiamo sbarazzarci di questa ignoranza generando nelle nostre menti una saggezza che comprende che non c’è alcun “sé” intrinsecamente esistente. Questo pensiero non può formarsi solidamene nella mente basandosi solo sul sentito dire o preso come un dogma: per radicarsi solidamente deve essere sostenuto da un’approfondita analisi logica. Da qui l’importanza di seguire gli insegnamenti e di praticare la meditazione analitica.

Il Dalai Lama nel libro "Il buddhismo tibetano" ricorda che il Buddha spiegò il risultato ultimo, o completo conseguimento, delle Quattro Nobili Verità, e cioè:

  • completo riconoscimento della sofferenza,
  • completo abbandono dell'origine della sofferenza,
  • completo conseguimento dell'estinzione della sofferenza,
  • completa attuazione della via che porta all'estinzione della sofferenza.

Questo insegnamento, dice il Dalai Lama, espone in sintesi il progetto dell'intero corpus del pensiero e della pratica buddhisti, delineando così la struttura base del cammino dell'individuo verso l'illuminazione.  

Ciò che desideriamo e cerchiamo è il conseguimento della felicità e l'eliminazione della sofferenza. Il desiderio di conseguire la felicità e eliminare dolore e sofferenza è innato in ciascuno di noi e non ha bisogno di giustificazione per la sua esistenza e validità. Tuttavia felicità e sofferenza non sorgono dal nulla. Esse sono conseguenza di cause e condizioni.

  • In breve, la dottrina delle Quattro Verità stabilisce il principio di causalità.

Tenendo presente questo punto fondamentale, - dice il Dalai Lama - mi trovo a volte a considerare come tutto il pensiero e la pratica buddhisti si possano condensare in due principi:

  1. adottare una visione del mondo che percepisca la natura interdipendente dei fenomeni,
  2. ossia la natura di origine dipendente di tutte le cose e di tutti gli eventi;
  3. su questa base, adottare uno stile di vita non violento e che non rechi danno.

Il buddhismo sollecita la condotta non violenta sulla base di due semplici premesse:

  1. in quanto esseri senzienti, nessuno di noi desidera la sofferenza;
  2. la sofferenza ha origine da sue determinate cause e condizioni.

Gli insegnamenti buddhisti - dice sempre il Dalai Lama - asseriscono inoltre che la causa principale del dolore e della sofferenza sta nella nostra ignoranza e confusione mentale. Perciò, se non vogliamo la sofferenza, il passo logico da fare è astenersi da azioni negative, le quali conducono naturalmente a conseguenti esperienze di dolore e sofferenza. Dolore e sofferenza da soli non esistono; si verificano come risultato di cause e condizioni. Qui, nella comprensione della natura della sofferenza e del suo rapporto con cause e condizioni, il principio di origine dipendente gioca un ruolo fondamentale. In sostanza, il principio di origine dipendente asserisce che un effetto dipende dalla sua causa. Dunque, se non volete il risultato, dovreste impegnarvi per eliminare la sua causa.

 

All'interno delle Quattro Verità troviamo in atto due distinti binomi causa-risultato:

  1. la sofferenza è il risultato e l'origine della sofferenza è la causa;
  2. parimenti, la vera estinzione della sofferenza è pace (risultato) e il sentiero che ad essa conduce è la causa di quella pace.

La felicità che cerchiamo - autentica e durevole pace e felicità - si può ottenere solo attraverso la purificazione della mente. Questo è possibile se eliminiamo la causa principale di ogni sofferenza e infelicità - la nostra fondamentale ignoranza.

La libertà dalla sofferenza, la vera estinzione della sofferenza, può prodursi solo dopo che siamo riusciti a smascherare l'illusione creata dalla nostra abituale tendenza a percepire i fenomeni come dotati di esistenza intrinseca e, di conseguenza, abbiamo realizzato la profonda visione intuitiva che penetra la natura definitiva della realtà.

Per giungere a questo, tuttavia, l'individuo deve perfezionare i tre addestramenti superiori. 

Occorrerà perciò applicarsi - per cominciare - nella comprensione e realizzazione di rinuncia, generazione di Bodhicitta e comprensione della vacuità.