Buddhismo e disciplina etica

Da Ethics for the new millennium , Dalai Lama, p. 145 e ss, traduzione libera

 

Ho parlato spesso del bisogno di disciplina.

Questo puo sembrare un po' antiquato in un epoca e una cultura che mette la sua enfasi sul raggiungimento dell' autorealizzazione. Ma la ragione per cui la gente ha una visione negativa della disciplina penso che risieda nel modo in cui essa viene percepita.

La gente assimila la disciplina con qualcosa imposto contro la propria volontà. Occorre quindi ribadire che cio che intendiamo parlando di disciplina etica è un atteggiamento che adottiamo volontariamente per il fatto che ne riconosciamo pienamente i benefici.

Questo non è un concetto alieno. Non esitiamo ad accettare la disciplina quando si tratta della nostra salute. Se ce lo ordina il medico, rinunciamo a cibi nocivi anche se ne siamo ghiotti. Mangiamo invece ciò che ci fa bene. E se è vero che inizialmente l' autodisciplina anche se adottata volontariamente, può richiedere un grande impegno ed anche un certo grado di lotta con se stessi, questo col tempo diminuisce grazie alla familiarizzazione e all'applicazione diligente. 

E' un po' come deviare il corso di un  fiume. Prima dobbiamo scavare il canale e costruire gli argini. Poi quando l' acqua comincia a scorrere, dobbiamo procedere a qualche modifica e aggiustamento qua e là. Ma quando tutto è sistemato l'acqua inizia a scorrere nella direzione che vogliamo.

La disciplina etica è indispensabile perché è lo strumento tramite il quale possiamo mediare la situazione conflittuale tra l' esigenza del rispetto del mio diritto alla felicità ed il rispetto equivalente  della felicità degli altri. 

Naturalmente ci sono sempre persone che pensano che la loro propria felicità sia di tale importanza per cui il dolore degli altri non è da tenere in conto. Ma questa è una visione ristretta. Se il lettore accetta la mia descrizione della felicità, ne trae la conseguenza che nessuno trae beneficio veramente danneggiando altri. Qualunque vantaggio immediato guadagnato a spese di qualcun altro non potrà che essere temporaneo.

A lungo andare l' aver causato dolore a qualcuno ed avere disturbato la sua pace e la sua felicità ci procura ansia. Siccome le nostre azioni hanno un impatto sia su di noi che sugli altri, quando manchiamo di disciplina una certa ansia cresce nella nostra mente e interiormente cominciamo a sentire un senso di inquietudine. Al contrario, per quanto duro possa essere, disciplinare la nostra reazione a pensieri ed emozioni negativi ci causerà molto meno problemi a lunga scadenza che non a indulgere in atti di egoismo.

Occorre anche dire che la disciplina etica richiede più che la sola rinuncia, richiede anche che si coltivi la virtu. Amore e compassione, pazienza tolleranza, perdóno e cosi via sono qualità essenziali. Quando essi sono presenti nella nostra vita, ogni cosa che facciamo diventa uno strumento per beneficiare l' intera famiglia umana.

Prima di esaminare come applicare la disciplina interiore nel nostro interagire con gli altri, vale la pena rivedere i fondamenti per definire una condotta etica in termini di non causare danno. 

Data la natura complessa della realtà, è molto difficile dire che un atto particolare o un certo tipo di azione sia giusto  o sbagliato in se stesso. Pertanto la condotta etica non è qualcosa in cui ci impegniamo perche in qualche modo sia giusta in se. Lo facciamo perche riconosciamo che esattamente come io desidero essere felice ed evitare la sofferenza, cosi desiderano anche gli altri. Per questa ragione un sistema etico significativo separato dalla questione della nostra esperienza di sofferenza e felicità è difficile da concepire.

Certamente, se vogliamo porci ogni sorta di difficili questioni basate sulla metafisica, il discorso etico puo farsi eccessivamente complicato. Ora, mentre è vero che la pratica etica non puo essere ridotta ad un mero esercizio di logica o ad un semplice esercizio di regole, in qualunque modo la vediamo, alla fine torniamo sempre alle questioni fondamentali della felicità e della sofferenza. 

Perché per noi la felicità è buona e la sofferenza cattiva? Probabilmente non c e una risposta definitiva.

Ma possiamo osservare che è nella nostra natura preferire la prima alla seconda, cosi come preferiamo il meglio al buono. Semplicemente aspiriamo alla felicità e non alla sofferenza.

Abbiamo visto che il carattere etico di una determinata azione dipende da una quantità di fattori, quali il tempo e le circostanze, ma pure il grado di libertà. Un atto negativo va considerato con più rigore se commesso da qualcuno in piena libertà che non da una persona obbligata a commetterlo. Anche la ripetizione di un atto negativo, che dimostra assenza di pentimento, va considerata piu grave di un atto isolato. E pure determinanti sono sia l' intenzione che genera l' atto, sia il suo contenuto. 

Ma l' elemento più importante concerne lo stato spirituale della persona, la sua condizione di cuore e di mente nel momento di compiere l' atto. Generalmente questa è l' area su cui abbiamo il maggior controllo, ed è quindi l' elemento più significativo per determinare il carattere etico dei nostri atti. Quando le nostre intenzioni sono inquinate da egoismo, da odio, dal desiderio di deludere, per quanto i nostri atti possono apparire costruttivi, inevitabilmente il loro impatto sara negativo sia per noi che per gli altri.

Come applicare dunque questo principio di non nuocere quando siamo confrontati con un dilemma etico? 

E' qui che entra in scena il nostro potere critico e immaginativo. Si tratta di due delle nostre piu preziose risorse e direi che possederle è ciò che ci distingue dagli animali. Per quanto riguarda la pratica etica, sono queste qualità che ci permettono di distinguere tra beneficio a corto termine e beneficio a lungo termine, o a determinare il livello etico delle diverse soluzioni a nostra disposizione ed anche a prevedere il possibile risultato della nostra azione, spingendoci a lasciar da parte obiettivi di minor valore a favore di mete piu alte. 

Davanti a un dilemma, dobbiamo in primo luogo considerare la particolarità della situazione alla luce di ciò che il buddhismo definisce l' unione di metodo e saggezza, di mezzi e di visione interiore. Con "mezzi" pensiamo in termini di sforzo per assicurare che siamo veramente mossi da compassione. "Visione interiore" invece si riferisce alle nostre facoltà critiche e a come, tenuto conto dei diversi fattori coinvolti, riusciamo ad adeguare il nostro ideale di non danneggiare al contesto della situazione.

E' ciò che chiameremmo facoltà di saggio discernimento. L' uso di questa facoltà – particolarmente importante quando non esiste gia una motivazione religiosa – richiede costantemente un controllo della nostra apparenza esterna e di chiederci se siamo di larghe vedute oppure di vedute ristrette. Abbiamo considerato tutto globalmente, oppure solo  aspetti specifici? Abbiamo una visione a corto o a lungo termine? Abbiamo guardato bene o solo superficialmente? La nostra motivazione è genuinamente compassionevole con riferimento alla totalità degli esseri? Oppure è limitata solo ai nostri familiari e alle persone che sentiamo vicine? Dobbiamo pensare, pensare, pensare, proprio come nella pratica di scoprire la vera natura dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

Certo, molte volte non abbiamo molto tempo per pensare. Proprio in questi casi è necessario che il nostro sviluppo spirituale abbia raggiunto una grande familiarità con la scelta di soluzioni etiche. 

Ed è anche importante avere una serie di precetti guida per le nostre azioni quotidiane. 

Queste potrebbero aiutarci a incrementare buone abitudini, ma vorrei dire che adottando simili precetti è forse meglio interpretarli non tanto in termini di legislazione morale, quanto piuttosto quali promemoria per tenere sempre gli interessi degli altri nel cuore e sotto la ribalta delle nostre menti. 

In merito a tali precetti, dubito che si possa fare qualcosa di meglio del basarsi sulle direttive etiche sviluppate non solo dalle grandi religioni ma pure dalla gran parte della tradizione filosofica umanistica. Il consenso tra queste direttive, a parte le differenze dovute a fondamenti metafisici, mi risulta persuasivo e convincente. Tutti sono d'accordo sulla negatività dell'uccidere, rubare, mentire e del tenere una condotta sessuale scorretta. Inoltre, dal punto di vista dei fattori motivanti, tutti sono d'accordo sulla necessità di evitare odio, orgoglio, malignità, cupidigia, invidia, avidità, lussuria, ideologie dannose come il razzismo e così via. 

 

Ci si può chiedere se le prescrizioni contro la condotta sessuale scorretta siano ancora necessarie in un mondo in cui è facile e sicura la contraccezione.

In genere, siamo naturalmente attratti verso gli oggetti esterni sia attraverso gli occhi quando la nostra attenzione è catturata dalla forma, sia attraverso le orecchie se attratti dall'udito, o da qualunque altro organo di senso. Ognuno di essi può essere per noi causa di difficoltà. L'attrazione sessuale coinvolge i cinque sensi. Di conseguenza, quando un forte desiderio si accompagna all'attrazione sessuale, incorriamo in grossi problemi. Ed è ciò, a mio parere, che produce le direttive generali di tutte le religioni contro una condotta sessuale impura. Nella tradizione buddhista, per esempio, ci viene ricordato come la tendenza al desiderio sessuale possa diventare ossessiva. Essa può portare al punto in cui la persona non trova più spazio per attività costruttive. Consideriamo per esempio, in questo ambito, il caso dell'infedeltà.  Dato che l'insieme della condotta etica comporta la presa in considerazione dell'impatto delle nostre azioni non solo su di noi ma pure sugli altri, dobbiamo considerare i sentimenti dei terzi nella circostanza. Oltre al fatto che la nostra azione è violenta verso il nostro partner al quale siamo infedeli, data la fiducia che una relazione d'amore presuppone, rimane anche la questione dell'impatto duraturo che questo genere di turbamento produce sui nostri figli. E' infatti più o meno universalmente riconosciuto che i figli sono le vittime principali tanto della rottura di una famiglia quanto delle relazioni malsane coltivate in una casa. Dalla nostra prospettiva, in qualità di persona che ha commesso l'atto, dobbiamo anche riconoscere che è come provare l'effetto negativo di una graduale corrosione della nostra autostima. Infine, dobbiamo tener conto che con un atteggiamento di infedeltà altri gravi atti negativi possono risultare quale conseguenza diretta (tra cui la menzogna e l'inganno sono ancora i mali minori). Una gravidanza indesiderata ad esempio può essere causa della prospettiva di un aborto presso un genitore disperato.

Quando pensiamo in questo modo, diventa ovvio che un momento fugace di piacere concesso da una relazione adultera è di gran lunga controbilanciato dai rischi di un impatto negativo delle nostre azioni tanto su di noi quanto sugli altri. Di conseguenza, invece di interpretare le norme sulla condotta sessuale etica come una limitazione della libertà, dobbiamo invece vederle come un promemoria che queste azioni negative minano il benessere  sia nostro che degli altri. 

C'è da chiedersi se seguire i precetti alla lettera debba primeggiare sul sano discernimento? No. Una condotta definibile etica dipende dal nostro saper applicare il principio di non danneggiare nessuno. Ma ci sono numerose situazioni in cui qualsiasi azione scelta finisce per  comportare l'infrazione a qualche precetto. In simili circostanze dobbiamo usare la nostra intelligenza per giudicare quale tipo di azioni produrrà il male minore in una visione a lungo termine. 

Immaginiamo per esempio una situazione in cui vediamo una persona fuggire da un gruppo di gente armata con coltelli le cui intenzioni appaiono quelle di volergli fare del male. Vediamo il fuggitivo sparire dentro un portone. Poco dopo uno degli inseguitori ci chiede se abbiamo visto dove è andato.  Ora, da un lato non vorremmo mentire, per non rompere il legame di fiducia verso chi ha fatto la domanda. D'altra parte, dicendo la verità, sappiamo che molto probabilmente contribuiamo al ferimento o alla morte del fuggitivo. Qualsiasi risposta decidiamo di dare, sappiamo che comporterà un'azione negativa. In simili circostanze, siccome siamo certi che con questa risposta serviamo un proposito più alto - quello di preservare qualcuno dal far del male ad un altro - dire "non lo so" o dare un'altra vaga risposta sia la cosa più appropriata. Dobbiamo tener conto dell'intera situazione e soppesare i benefici derivanti dal dire una menzogna o dire la verità e fare ciò che riteniamo meno dannoso di tutto. 

Il valore morale di un determinato atto deve essere giudicato in relazione al tempo, al luogo, alle circostanze e agli interessi della totalità degli esseri sia nel futuro che ora. 

Ma non dobbiamo dimenticare che se è concepibile che un atto determinato venga considerato etico in una determinata circostanza, uno stesso atto in un tempo e luogo e in circostanze diverse può non esserlo affatto. 

Ma che cosa dobbiamo fare quando vediamo che sta succedendo ad altri? quando ci sembra che essi stiano per comportarsi in un modo che riteniamo sbagliato?

La prima cosa che dobbiamo ricordare è che, a meno che non conosciamo fino all'ultimo dettaglio di tutte le circostanze, sia interne che esterne, non siamo mai abbastanza in chiaro circa la situazione individuale per poter essere in grado di giudicare con certezza il contenuto morale delle azioni degli altri. Naturalmente ci sono situazioni estreme in cui il carattere negativo di azioni altrui è prettamente evidente di per sé. Ma generalmente questo non è il caso. Per questa ragione è molto più utile prestare attenzione alla nostra benché minima manchevolezza od errore che non cercarne a iosa negli altri. Infatti, se l'errore è nostro, siamo nella posizione di poterlo correggere.

Comunque, ricordando che esiste una distinzione essenziale tra una persona ed i suoi atti particolari, possiamo trovarci in circostanze in cui sia appropriato per noi agire. Nella vita di ogni giorno è normale e corretto adattarsi in qualche maniera ad amici e conoscenti e rispettare i loro desideri. L'abilità di farlo è considerata una buona qualità. Ma quando ci incontriamo con coloro che chiaramente indulgono in un comportamento riprovevole, cercando solo il loro proprio tornaconto ed ignorando i bisogni degli altri, corriamo il rischio di perdere il nostro orientamento. Il risultato è che la nostra capacità di aiutare gli altri viene messa in pericolo.  C'è un proverbio tibetano che dice quando stiamo sdraiati su una montagna di oro, un po' di questo ci rimane attaccato. Ma lo stesso succede se stiamo sdraiati su una montagna di sporcizia. Siamo quindi nel giusto se evitiamo queste persone. Ma dobbiamo stare attenti a non tagliarle completamente fuori. Invero, ci sono sicuramente momenti in cui è appropriato cercare di fermarli dal compiere azioni negative, ma solo se la nostra motivazione è pura ed i nostri metodi non violenti. 

Ripeto: i principi chiave sono compassione e visione interiore.

 

Dilemmi etici della scienza moderna e della tecnologia

La stessa cosa è vera in rapporto ai dilemmi etici cui siamo confrontati a livello di società, in particolar modo con riferimento alle difficoltà ed alle sfide poste dalla scienza moderna e dalla tecnologia. 

Per esempio, nel campo della medicina, è ora possibile prolungare la vita in casi in cui fino a qualche anno fa non ci sarebbe stata speranza. Ciò, evidentemente, può essere causa di grande gioia. 

Ma molto spesso sorgono questioni complicate e molto delicate relative ai limiti delle cure. Penso che non ci sia una regola generale a questo proposito. Piuttosto, è probabile che una molteplicità di considerazioni si sommino, che dobbiamo analizzare alla luce di ragione e compassione. Quando dobbiamo prendere una decisione difficile in merito a un paziente, dobbiamo prendere in considerazione tutti i vari diversi elementi. E ciò sarà diverso in ogni caso. 

Per esempio, se prolunghiamo la vita di una persona molto malata ma la cui mente rimane lucida, le diamo l'opportunità di pensare e provare sentimenti nel modo che solo un essere umano è capace. 

D'altra parte dobbiamo considerare se così facendo essa sperimenterà grandi sofferenze fisiche e mentali dovute alle misure estreme adottate per farla sopravvivere. Questo di per sé non è comunque un fattore prioritario. In qualità di qualcuno che crede nel flusso continuo della coscienza dopo la morte del corpo, vorrei dire che è meglio patire dolore in questo stesso corpo: perlomeno, possiamo ricavare beneficio dalle cure che riceviamo dagli altri mentre, se decidiamo di morire, potremmo scoprire che dovremo ancora patire in qualche altra forma.

Se il paziente non è conscio e quindi incapace di prendere parte al processo decisionale in merito alle sue terapie, questo è ancora un altro problema. E in cima a tutto ci possono essere i desideri della famiglia di cui tenere conto, unitamente agli immensi problemi che terapie prolungate possono causare a loro o ad altri. Per esempio, è possibile che per continuare a sostenere la vita di una persona, importanti risorse finanziarie sono distolte da progetti che potrebbero beneficiare molti altri. 

Se c'è un principio generale, penso che sia semplicemente che riconosciamo la suprema preziosità della vita umana e che cerchiamo di assicurare che quando il momento arriva, la dipartita della persona morente possa essere il più serena e tranquilla possibile. 

Nel caso di lavoro in campi quali la genetica e la biotecnologia, il principio di non fare del male assume un'importanza particolare  perché le vite stesse possono essere in gioco.

Quando le motivazioni  di tali ricerche poggiano puramente sul profitto o la fama, o quando la ricerca è condotta in modo fine a se stessa, è evidente chiedersi dover porterà tale ricerca. 

Penso in particolar modo allo sviluppo di tecniche per manipolare attributi fisici, come il genere, o i capelli, o il colore degli occhi, tecniche che possono essere usate commercialmente per sfruttare il pregiudizio di genitori e parenti. Lasciatemi dire davvero che mentre è difficile essere categoricamente contro ogni forma di sperimentazione genetica,  questa è un'area talmente delicata che è essenziale che tutti coloro che ne sono coinvolti procedano con grande precauzione ed umiltà.  Essi devono essere ben consapevoli del potenziale di abuso insito in queste pratiche. E' vitale che essi tengano presente le profonde implicazioni di quello che stanno facendo e, soprattutto, assicurino che le loro motivazioni sono genuinamente compassionevoli. Infatti, se il principio generale che sottende a tali ricerche è la pura utilità, dove chi è ritenuto inutile o insignificante per la società può legittimamente essere utilizzato a favore di chi è ritenuto utile, allora non vi è nulla che ci possa fermare dal subordinare i diritti dei membri della prima categoria a quelli della seconda: ma è chiaro che l'attributo di utilità non potrà mai giustificare la privazione dei diritti di un individuo. Questo è estremamente pericoloso e su una china veramente scivolosa.

Recentemente ho visto un documentario alla BBC sulla clonazione. Usando le immagini create dal computer, il film mostrava una creatura alla quale gli scienziati stavano lavorando, una sorta di essere semi-umano con grandi occhi ed altri diversi attributi riconoscibili come umani, rinchiuso in una gabbia. Certo al momento si tratta solo di fantasia, ma, spiegavano, è possibile prevedere un tempo in cui simili esseri potranno essere creati. Essi potrebbero così essere allevati e i loro organi ed altre parti anatomiche utilizzati come "pezzi di ricambio" per la chirurgia per il benefico degli esseri umani. Sono stato letteralmente scioccato da questa notizia. Terribile. questo sta sicuramente portando l'impresa scientifica ad un estremo?. L'idea che un giorno potremo creare esseri senzienti solo per questo scopo mi fa inorridire. Mi sono sentito a questo proposito come mi sono sentito in merito agli esperimenti sui feti umani.

Ma nello stesso tempo è difficile vedere come si possa prevenire un tale genere di cose in assenza di una disciplina individuale che orienti i ricercatori. Certo, possiamo promulgare leggi, certo possiamo avere codici di condotta internazionali, e veramente dovremmo averne. Ma se individualmente ogni scienziato non ha alcun senso di quanto stia facendo sia grottesco, distruttivo ed estremamente negativo, allora non c'è nessuna prospettiva reale di mettere fine a questi comportamenti nocivi.

E che dire di pratiche quali la vivisezione, dove gli animali sono costantemente sottoposti a terribili sofferenze prima di essere uccisi, con la scusa di portare avanti il progresso scientifico? qui posso solo dire che per un buddhista queste pratiche sono ugualmente scioccanti. Non posso che sperare che i rapidi progressi nel settore della tecnologia dei computer porti a richiedere sempre meno animali per esperimenti scientifici. Uno sviluppo positivo nella società attuale è costituito dal fatto che insieme con una maggiore attenzione per i diritti umani, la gente comincia a sviluppare maggiore sensibilità anche per  gli animali. Per esempio cresce la consapevolezza dell'assenza di umanità in molte attività di allevamento. E sempre più gente si avvicina a scelte vegetariane diminuendo il consumo di carne. Spero che tale atteggiamento si estenda presto anche ai più piccoli animali del mare.

Qui però voglio ancora gettare un grido di allarme. Le campagne per la protezione della vita umana ed animale sono nobili cause. Ma dobbiamo essere attenti a non lasciarci indirizzare dal nostro senso di ingiustizia in maniera tale da ignorare i diritti degli altri. Dobbiamo assicuraci di praticare un saggio discernimento perseguendo i nostri ideali. 

Esercitare le nostre facoltà critiche in campo etico implica prendersi la responsabilità sia delle nostre azioni, sia delle motivazioni alla base di esse. Se non ci assumiamo la responsabilità per le nostre motivazioni, sia positive che negative, il potenziale di fare del male è molto alto. Come abbiamo visto, le emozioni negative sono fonte di comportamenti amorali. Ogni atto colpisce non solo le persone più vicine a noi, ma anche i nostri colleghi, amici, la comunità e in senso più lato tutto il mondo. 

 

Problemi da analizzare con utero in affitto e fecondazione eterologa

 

A livello personale:

  • che bisogno ho di questo intervento
  • quale è la mia motivazione
  • è giustificata la mia motivazione
  • oppure è dettata da egoismo, invidia, desiderio di apparire, ecc
  • quale beneficio mi porta, a breve scadenza
  • quale beneficio mi porta, a lunga scadenza

Verso gli altri:

  • chi viene coinvolto: coniuge, compagno/a, prestatrice dell'utero, donatore del seme, donatrice dell'ovulo, figlio
  • quale è l'effetto immediato sugli altri coinvolti
  • quale effetto a breve,
  • a media
  • a lunga scadenza
  • problemi genetici, malattie ereditarie, ecc: diritto a conoscere la vera madre o il vero padre
  • problemi di identità (da valutare in tutti gli aspetti)